L ' eredità di un prete intellettuale

Ho accolto con grande piacere la proposta del gruppo culturale del Seminario di dedicare il nuovo blog alla significativa figura di don Giuseppe De Luca, uomo cristiano e prete, come lo presenta una nota biografia di Giovanni Antonazzi edita dalla Morcelliana nel 1992, che ha segnato in maniera forte la riflessione culturale nella società e nella Chiesa italiana  dei decenni che hanno preparato il grande evento del Concilio Vaticano II. Lucano di origine (Sasso di Castalda 15.09.1898), non taglierà mai le radici con questa sua terra e con la sua identità così da scrivere, nel pieno del suo vigore di prete e di intellettuale: “Il paese dei ricordi, dove si sta, non ci si va. Io sono rimasto sempre lì, per quel che conta di me.” (cfr. Don G. De Luca, Ricordi e testimonianze, a cura di M. Picchi, Brescia 1963, 341-343). A soli undici anni si trasferisce a Ferentino per avviare la formazione al presbiterato, e dopo due anni sarà al Seminario Romano per tutto il percorso di preparazione alla vita sacerdotale e al suo apostolato che sarà vissuto interamente a Roma, fino alla sua morte, il 19.03.1962, alla vigilia dell’apertura del Concilio Vaticano II.

La scelta operata vuole essere anche uno stimolo ad  accostarsi al notevole patrimonio culturale e spirituale, lasciato in eredità da don Giuseppe De Luca, che produce immediatamente commozione poiché fa constatare la determinazione e il dispendio di energie spirituali, intellettuali ed economiche da lui espressi per riaprire la strada allo studio serio della «storia della pietà» intesa come vera e propria comunicazione della fede (giungerà nel 1951 a dare alle stampe l’opera fondamentale della sua vita con la pubblicazione del primo volume dell’Archivio Italiano per la Storia della Pietà). A Montini aveva scritto: “Ho un mio sogno, non rubo e non comprometto: vorrei dell’amore di Dio fare una disciplina di studio, una teoria o corrente della storia, com’ è l’unica via del Paradiso.“  (Carteggio De Luca-Montini, 175); un impegno di ricerca per leggere i segni della presenza di Dio nel cuore di ogni uomo e nel cuore di ogni espressione culturale, aiutandoli a partorire quel Cristo di cui, senza saperlo, sono già gravidi in virtù di una fecondazione dello Spirito che supera ogni immaginazione e aspettativa.

De Luca vuole, dunque, adoperarsi per un annuncio del Vangelo della cultura che faccia incontrare e dialogare la Chiesa e il mondo, evitando il chiasso, affinché sia più fruttuoso e incisivo. All’editore Minelli scrive: “Che cosa debbo dirti, mi pare che tanti nostri sogni, sognati ad occhi aperti, maturino: e si entra in quella attività «grande» che volevamo per la gloria del nome di Cristo in Italia. Non Università, non Azioni Cattoliche, non strombazzamenti; ma lavorare in silenzio a che nel seno del cattolicesimo italiano si abbia un luogo, uno solo, dove incontrarsi con uomini di dottrina vera e d’arte.“ (Carteggio De Luca-Minelli, 89). «Incontrarsi con uomini di dottrina e d’arte» sembra essere un anticipo del testo conciliare di GS 62 “Anche la letteratura e le arti sono di grande importanza per la vita della chiesa. Esse si sforzano di conoscere l’indole propria dell’uomo […] così sono in grado di elevare la vita umana, espressa in molteplici forme, secondo i tempi e i luoghi. Bisogna perciò impegnarsi affinché i cultori di quelle arti si sentano riconosciuti dalla chiesa nella loro attività, e godendo di un’ordinata libertà, stabiliscano più facili rapporti con la comunità cristiana.“

Montini lo sosterrà continuamente, lo incoraggerà nei momenti di fatica e forse di sconforto; da Sostituto della Segreteria di Stato gli notificherà la soddisfazione personale del Pontefice Pio XII per l’opera intrapresa, e da amico lo consolerà nei passaggi più delicati e difficili:

“Sua Santità non ignora che cotesto è il metodo non solo dei suoi studi ma altresì di tutta la sua vita sacerdotale, sollecita non meno di suscitare nella cultura cattolica opere nuove e belle, pensate ed elaborate al vaglio del gusto e della critica contemporanea, quanto di avvicinare, illuminare, consolare spiriti di ogni ceto di persone, e specialmente di quelle a cui certo sapere e certa esperienza ha reso più difficile e al tempo stesso più urgente l’incontro con Cristo Salvatore e Maestro. Non può il Santo Padre non esserne consolato. […] Non  ti perdere d’animo, caro eremita della cultura ecclesiastica; cotesta non è solo la tua sorte, cioè la tua croce; è la tua missione, come quella di voce che grida nel deserto: qualcuno l’ascolterà, e sarà allora voce precorritrice.“ (Carteggio De Luca-Montini, 91.235)

L’azione messa in atto da De Luca scaturisce dall’idea teologica che la Chiesa è stata voluta quale  «segno per il mondo», significa che, in virtù della sua ontologica struttura sacramentale come ribadito da LG 1, essa non può fare a meno di pensarsi e di comprendersi anche a partire da questo suo «essere per», cioè alla luce della relazione con il destinatario della sua opera e della sua finalità. Alla fine della sua vita, che coincide anche con una relazione personale, sempre più intensa e d’intesa, con papa Giovanni, De Luca avverte che questo modo d’intendere il rapporto Chiesa/mondo richiede inevitabilmente un approfondimento teologico sul Mistero della Chiesa nella sua globalità, approfondimento che certamente avrà ricadute sulle modalità storiche di espressione della identità della Chiesa. L’intera faccenda rappresenta un elemento di travaglio perché mette in crisi il significativo rapporto con Ottaviani, Prefetto dell’allora  Sant’Uffizio, fatto di amicizia antica e comune visione di alcuni aspetti della realtà ecclesiale. Scendono in campo per affrontarsi due visioni di Chiesa, soprattutto in riferimento al rapporto con il mondo, ma che corrispondono a due approcci dello stesso De Luca,  come se avvertisse in sé la compresenza, da sempre, di un Ottaviani e di un Roncalli, tra i quali, per i decenni precedenti, egli aveva cercato faticosamente di stabilire un certo equilibrio, ma che ora richiedeva un’opzione fondamentale. Riportiamo la bellissima testimonianza dell’amico Ossicini che ricostruisce  le riflessioni di don Giuseppe, ormai prossimo a concludere la sua giornata terrena, dopo la visita di Ottaviani all’ospedale dell’ Isola Tiberina:

“Vedi, Ottaviani è un serio conservatore, profondamente onesto, profondamente cristiano, profondamente devoto della Chiesa. Egli teme il concilio perché ha paura che l’inevitabile aprirsi della Chiesa verso il mondo moderno […] possa mettere in crisi non solo la curia e una certa struttura gerarchica della Chiesa, ma l’unità dottrinaria e organizzativa della Chiesa stessa. Ora, certo, egli ha torto, ma il futuro non si costruisce disancorandosi dal passato e perciò egli ha in qualche modo anche «delle ragioni», seppure non ha ragione. Il papa invece è un uomo che guarda al futuro, che non ha alcuna paura del mondo moderno, che sente che i problemi della struttura della Chiesa […] vanno affrontati con coraggio e che i rischi si debbono correre ma che, come mi ha detto più volte, c’è la Provvidenza che ci guarda le spalle. Io sono diviso, sono totalmente d’accordo con papa Giovanni, con tutto quello che dice  e prospetta, con il suo futuro, ma sono anche profondamente ancorato a quel passato che in qualche modo difende Ottaviani e perciò ho paura. Ma la mia differenza è solo nello stato d’animo, di fronte a quello che il papa pensa che si debba fare. E’ solo che io ho molto meno coraggio di lui, ma bisogna andare per la sua strada. A Ottaviani  gliel’ho detto, ci siamo abbracciati, ma abbiamo litigato per l’ultima volta. Ma, a differenza del passato, la distanza tra me e lui si è fatta decisiva.” (Ossicini, Il Colloquio con don G. De Luca, Roma 1992, 130)

Anche oggi resta attuale e illuminante questa capacità di lettura dei «segni dei tempi» da parte di don Giuseppe De Luca, vero uomo del discernimento, perché la fede e l’«intellectus fidei» possano produrre speranza e sappiano misurare la storia secondo il metro dell’eternità. Ad ognuno di noi De Luca ricorda quanta preghiera, sacrificio e fatica nello studio richieda la progettazione di un futuro inteso come evento su cui già ora il Cristo Risorto esercita in modo pieno la sua signoria, vincendo la sempre facile e istintiva valutazione pessimistica, prodotta da un presente che sembra segnato da un apparente predominio delle tenebre. Questo è possibile nella misura in cui   cresciamo nell’ascolto attento dello Spirito santo che parla alla Chiesa e la guida attraverso i profeti, i primi a vivere nella propria carne il tremendo incontro fra la definitività di Dio e la contingenza dell’uomo, fra la sicurezza di un passato già noto e l’incertezza di un  futuro che richiede abbandono alla creatività dello Spirito, cioè fiducia nell’amore provvidente del Padre: questo ha rappresentato De Luca per la Chiesa e questo deve continuare a vivere e a comunicare ogni cristiano, valorizzando a pieno la sua funzione profetica.

 

                                                           Il Rettore

 

don Filippo Nicolò

"U' ben s'impingua se non si vaneggia"...                             il San Francesco di Dante Alighieri

Nella serata di lunedì 6 novembre noi seminaristi, con la piacevole partecipazione dei postulanti del convento di S. Maria, abbiamo invitato la prof.ssa Lacerra per analizzare e meditare, in un caffè letterario, il Canto XI del Paradiso della Commedia di Dante. L’idea è nata a partire dalla settimana di esercizi spirituali che abbiamo vissuto a Foligno, nelle terre umbre, dove padre Pietro ha sviscerato con eleganza la figura e la spiritualità di San Francesco d’Assisi. Proprio lui è infatti protagonista centrale del Canto dantesco. Il poeta ne vuole scorgere i tratti di una fede puntata verso l’infinito (direbbe R. Guardini) in una totale conformazione a Cristo. “L’uomo affamato di Dio”, come amava definirlo A. Merini, ha vissuto nella radicalità del messaggio evangelico per farsi prossimo a chi viveva in una situazione di povertà spirituale e materiale; la stessa “madonna povertà” ne diviene come mistica sposa. Dante ha voluto quindi premiarlo dedicandogli un intero canto e posizionandolo nella Rosa Celeste dei Beati seduto quasi subito sotto la stessa Madre di Dio. La totale povertà (e non scelta pauperistica ha sottolineato la docente) di San Francesco ha fatto sì che Dante lo descrivesse come un condottiero mandato da Dio per ristabilire ordine in ambienti ecclesiastici segnati a quel tempo da un forte secolarismo mondano. Per il poeta fiorentino, il santo umbro è paragonato al nuovo sol oriens che, come nuovo Cristo – Messia secondo una interpretazione medievale, nasce per portare salvezza e verità. L’opzione dantesca tra noi seminaristi non nasce a caso. Già papa Paolo VI, infatti, scrive: «il nome di Dante che (in ogni dove delle terre) in ogni parte della terra mantiene la fama di gloria immortale e manterrà sempre, ora in realtà, quasi come una fiaccola elevata su un luogo più alto, rifulge più e ancor più». Il gruppo culturale ha voluto, con questo caffè letterario, sottolineare l’importanza del Sommo Poeta italiano Difatti, dalla lettura delle sue opere, vi si possono cogliere interessanti frutti spirituali.  Con Erich Aurbach anche noi sosteniamo che «Dante parlò ai lettori del suo tempo come a noi tutti con l’autorità e l’urgenza di un profeta».

 

Antonello Petrocelli 

Mission is Possible

Una trama intessuta di vissuti, riflessioni e arte, con un denominatore comune: la missione. Questo è stato “Mission is Possible”, il Festival della Missione tenutosi a Brescia dal 12 al 15 ottobre 2017, primo esperimento di condivisione su scala nazionale dell’esperienza missionaria della Chiesa. Ognuno, partecipando al festival, ha portato il proprio contributo personale. Da laici impegnati, a religiosi, a sacerdoti, a semplici studenti in cerca di un'esperienza che potesse andare oltre la semplice teoria. 

Gli studenti della Università Cattolica infatti, tramite il "Charity Work Program", hanno la possibilità di intraprendere un’esperienza di volontariato internazionale, vivendo a stretto contatto con le realtà periferiche del paese in cui capiteranno. Per Sara Gabbas e Laura Bossini è stata la volta della Bolivia, dove hanno potuto servire bambini accolti in un centro che da loro la possibilità di istruirsi e giocare. Valutando la discrepanza con le condizioni di vita occidentali, e nonostante questo la semplice letizia di quella che in breve tempo è diventata una loro seconda casa e famiglia, le due ragazze hanno cambiato il loro sguardo sulle cose e sul mondo. 

La riflessione tout court sull' esperienza missionaria è stata affrontata,  tra l’altro, nell’incontro “Quale futuro per la missione ad gentes?”, dove ci si è chiesti: che cosa significa fare missione oggi? Come deve cambiare la prospettiva rispetto al passato? Così suor Luigina Cocci, comboniana missionaria, rifletteva in relazione proprio allo stato della sua congregazione oggi, dove ci si interroga su come, cambiati i paradigmi del contesto sociale e culturale, vanno modificati anche gli stessi obiettivi dell’Istituto, la sua stessa missio e metodologia di azione. A riflettere con lei c’erano il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli e padre Stefano Camerlengo, superiore generale dei missionari della Consolata. Ad aprire l’incontro è stato il nuovo Vescovo di Brescia monsignor Pierantonio Tremolada, in una delle sue prime uscite pubbliche dopo l’ingresso in diocesi.

Una via possibile la suggerisce ancora oggi, a distanza di 5 secoli, Matteo Ricci, missionario gesuita che ha fatto dell’inculturazione il suo cavallo di battaglia. Così in “Matteo Ricci: la via per la missione”, esplorando la sua attività missionaria, il missionario del PIME e teologo della missione padre Gianni Criveller, forte anche del suo studio sulla ricezione della missione in Cina, ha potuto notare come proprio lo stringere legami d’amicizia sinceri che andassero fin da subito oltre l’appartenenza religiosa, a permesso a Ricci di avvicinarsi ad un mondo così radicalmente diverso dal suo. Senza favorire l’insorgere di barriere, ma con la condivisione e lo studio della lingua e cultura cinese, egli si è avvicinato in punta di piedi ai “destinatari” dell’opera evangelizzatrice, scoprendo che se voleva annunciare il Vangelo, non poteva che farlo attraverso i loro stessi strumenti. Ad arricchire il vivace scambio, gli interventi di padre Federico Lombardi, presidente della Fondazione Ratzinger, Elisa Giunipero, docente di Storia della Cina contemporanea all'Università Cattolica, e l’introduzione dell’assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo monsignor Claudio Giuliodori.

Ma la missione si esprime anche attraverso la musica, come hanno mostrato i The Sun, gruppo rock cristiano, in uno splendido concerto presso il PalaBrescia, intersecando musica è vita, nel racconto delle personali esperienze di conversione, che diventata anche conversione alla missione. Il presentatore Max Laudadio ha introdotto la serata, parlando della sua personale amicizia umana e spirituale con il leader del gruppo, Francesco Lorenzi

Una delle esperienze più toccanti è stata quella raccontata da Don Alejandro Solalinde, sacerdote messicano, fondatore nel 1997 di “Hermanos en El Camino”, centro di aiuto per i migranti diretti negli Stati Uniti. Titolo dell’incontro, introdotto da Lucia Capuzzi e sostenuto da Amnesty International, rappresentata per l'occasione da Chiara Padula: “I narcos mi vogliono morto”.  Il Messico infatti è la terra di passaggio tra gli stati sudamericani - come la Bolivia e l’Ecuador - da cui molti migranti ogni anno cercano di fuggire a causa delle penose condizioni di vita provocate dalle dittature, e gli Stati uniti. Una volta usciti dai loro confini, questi migranti diventano, dal punto di vista legale “non-persone”: perdono ogni diritto, perfino quello ad avere un nome. Diventano dunque preda dei narcos, che cercano di rapirli per farne merce di scambio: dal turismo sessuale alla vendita degli organi. Da quando, un giorno, Don Alejandro si fermò davanti alla stazione ferroviaria dove essi possono attendere anche giorni per il treno che li porterà vero gli stati uniti, esposti a ogni rischio, e li guardò negli occhi, non riuscì più a voltarsi indietro. “Prima, ero un prete borghese”, racconta: “avevo le mie comodità, dedicavo molto tempo alla lettura. Ma quando ho incontrato loro, ho capito finalmente in che modo vivere il mio sacerdozio.” Opporsi ai narcos non è facile, e più volte Don Alejandro è stato percosso e rischiato la vita, ma sensibilizzando il popolo attorno a lui e persistendo tenacemente, ha ottenuto il sostegno e la protezione delle autorità in una determinata area dove prosegue tutt’ora, assieme a volontari laici, l’accoglienza dei migranti in fuga.

 

Emanuele Chita  

 

 

Sovvenire: un impegno ecclesiale

Qual’ è la ragione per cui un’assemblea formata dalle famiglie dei seminaristi lucani si è radunata insieme una mattina tanto calda quanto invernale? Un convegno sull’ organizzazione dell’ufficio nazionale “Sovvenire” e il sostentamento al clero italiano si è tenuto il 19 novembre scorso presso l’auditorium del Seminario Maggiore di Basilicata.

Il saluto iniziale è stato rivolto ai presenti da Mons. Giovanni Intini, vescovo di Tricarico e delegato dalla Conferenza Episcopale della Basilicata per l’ufficio “Sovvenire”. Il presule dopo aver ringraziato tutti per la partecipazione ha ribadito il ruolo fondamentale della famiglia nella formazione dei giovani al sacerdozio e l’importanza di un discorso intorno all’ organizzazione economica della retribuzione del clero, di cui usufruiranno i rispettivi figli.

“Collaborazione”: con questo termine, che come un filo rosso ha tenuto insieme ogni intervento, il rettore don Filippo Nicolò ha preso la parola sottolineando l’impegno di ciascun membro del corpo ecclesiale a prendersi carico delle necessità dell’intera comunità, particolarmente dei pastori, inviati dalla Chiesa per provvedere alle necessità spirituali dei fedeli. Ecco, nella sua essenziale particolarità, il duplice volto del bisogno umano: spirituale e materiale. Al primo provvede la Chiesa con materna sollecitudine, al secondo i suoi figli con coscienza matura.

Il responsabile regionale dell’ufficio, don Mimmo Lorusso del clero dell’Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, ha cominciato il suo intervento con una disamina storica riguardo al rapporto tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica Italiana fino agli accordi attualmente vigenti. Per quanto riguardo il sostentamento del clero e l’8x1000 si è subito chiarita la gratuità di questa donazione poiché essa è deducibile dal reddito. Dunque, il tutto si risolve in una coerenza con il proprio credo; è un impegno ecclesiale più che economico. Il sostentamento non si risolve in una mera raccolta di danarosi quantitativi numerici ma esprime, piuttosto, la volontà di un popolo che desidera provvedere e collaborare alle necessità della comunità credente di cui fa parte. La Chiesa, così, testimonia nella gestione dei beni materiali i valori evangelici della trasparenza e della comunione. Un’ esempio di tutto ciò è il sistema di perequazione, che prova a stabilire per il clero un degno sostentamento a parità di condizioni, così da azzerare il divario nella retribuzione ed attuare l’uguaglianza evangelica senza tralasciare le necessità materiali essenziali. Insomma, sostenere economicamente la Chiesa Cattolica, conclude don Mimmo, rivela una partecipazione matura del credente, più effettiva che affettiva.    

L’intervento conclusivo di Vincenzo Nolè, esperto collaboratore dell’ufficio regionale per il sostentamento del clero, delinea una situazione critica e deludente. Le statistiche delle offerte liberali parlano chiaro: pochi, pochissimi, forse neanche il clero stesso, hanno provveduto a sostenere il clero mediante l’offerta libera. Questo chiede una maggiore attenzione delle chiese lucane nell’informazione e nella diffusione di uno spirito di corresponsabilità e di solidarietà nelle comunità parrocchiali. Si spera che questo spirito autenticamente biblico nasca prima di tutto nelle coscienze famiglie dei seminaristi e del futuro clero locale, affinché si contribuisca, con le deboli forze umane, al lavoro Provvidente di Dio Padre che non farà mai mancare il necessario ai suoi figli e servi fedeli.

 

Alberto Lardiello